Upward 4.0 e Ambiente: dialogo con Francesca Santolini

Abbiamo deciso di approfondire il tema ambientale e per farlo abbiamo il grande piacere di ospitare @Francesca Santolini che ci presenterà il suo libro “Profughi del clima – chi sono da dove vengono dove andranno” .
Sono ormai diversi gli esperti concordi nel dire che la pandemia di Coronavirus ha molto a che fare con la crisi climatica in corso. Tre #coronavirus in meno di vent’anni sono un forte campanello d’allarme legato anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a nuovi “ospiti”.
Ma Un’altra conseguenza del cambiamento climatico è l’inagibilità di intere aree oggi popolate. La conseguenza saranno flussi migratori impetuosi e aumento esponenziale della densità abitativa in grandi megalopoli.
Nel libro troviamo la Prefazione di Marco Impagliazzo e la Postfazione di Gianpiero Massolo.
Al termine dell’anno che, forse, mai come prima ha posto il clima in cima alle grandi emergenze globali, dalle piazze piene dei ragazzi dei Fridays for future a Greta Thunberg, che a 17 anni (il 3 gennaio) punta il dito contro i governanti del mondo e finisce sulla copertina del Time come “persona del 2019”, ancora poco si parla però di una delle molte devastanti conseguenze: i migranti ambientali. Una storia nella storia, all’interno della più “grande” e dibattuta problematica delle migrazioni, che rischia di trasformare in “fantasmi” milioni di persone. Parte da qui l’ultima inchiesta di Francesca Santolini, giornalista, esperta di temi ambientali, collaboratrice de La Stampa e tra le voci di Unomattina su Rai1, che firma “Profughi del clima. Chi sono, da dove vengono, dove andranno” (ed. Rubettino), volume con prefazione di Marco Impagliazzo e postfazione di Gianpiero Massolo.
La verità è che “siamo tutti migranti”, scrive subito la Santolini, citando le lettere di Seneca. Ma dei migranti ambientali nessuno parla realmente innanzitutto perché ancora non c’è accordo su chi siano: non godono nel diritto internazionale di un formale riconoscimento, ne’ esiste Paese che preveda uno status giuridico e il diritto d’asilo. Eppure i numeri raccontano un problema di dimensioni epocali: secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, si legge nel libro, entro il 2050 saranno 200-250 milioni i rifugiati costretti a spostarsi dalle proprie terre per motivi climatici, con una media di 6 milioni di persone l’anno. Per il Norwegian Refugee Council, già nel corso degli ultimi otto anni si sono registrati 203,4 milioni di spostamenti collegati ai disastri.
Come dire, il triplo dell’intera popolazione italiana. E secondo un dossier di Legambiente, il numero dei profughi ambientali nel 2015 ha superato quello dei profughi di guerra. Una nuova migrazione forzata alla quale possiamo dare molti nomi (migranti climatici, rifugiati ambientali, eco profughi, indignados del clima), ma che rischia comunque di trasformarsi nella più grave crisi dei rifugiati dalla Seconda guerra mondiale, costretti all’esodo man mano che le condizioni di vita diventano impossibili per catastrofi meteo-climatiche come alluvioni, siccità, aumento del livello del mare, desertificazione, mancanza d’acqua, degrado degli ecosistemi. Dove andranno tutte queste persone che non hanno più una casa? Quale dovrà essere il loro destino? Già perché, spiega la Santolini presentando il volume, quando è il clima a spingerti a scappare, “il fenomeno diventa irreversibile, perché al contrario di una guerra che potenzialmente finisce, il disastro ambientale, la desertificazione, restano”. Per intendersi, “in Africa l’80% della popolazione è impiegata nell’agricoltura, ma due terzi delle terre non sono più coltivabili. Stiamo parlando di milioni di persone che anche volendo non potranno più tornare nei loro territori e nelle loro case”. Numeri che non si arresteranno, ma anzi cresceranno “se non riduciamo le cause”.
Il libro allarga poi lo sguardo anche al futuro dell’umanità, dal tema cruciale dell’acqua (ancora oggi 276 fiumi e 156 laghi sono oggetto di conflitto tra due o più Paesi) ai cicloni e i disastri naturali degli ultimi anni (uno per tutti, il ciclone Idai a marzo ha raso al suolo l’80% di Beira, la seconda città più grande del Mozambico) che sembrano ricordarci che la nostra scellerata noncuranza e il nostro continuo saccheggio non possono non avere conseguenze.
Persino il World Economic Forum, gotha dell’economia mondiale, per la prima volta oggi riconosce il cambiamento climatico come il rischio più grande del pianeta. Le conseguenze del global warming sono davanti ai nostri occhi ma è ancora possibile fare qualcosa. “È la più grande sfida del XXI secolo – conclude la Santolini – Ma nessun paese può farcela da solo. Serve una governance globale. E bisogna muoversi subito”. (ANSA).