
Può definirsi coraggioso un laureato in facoltà umanistiche?
Forte è lo smarrimento dopo la fine della carriera scolastica, momento in cui prevale la paura di sbagliare e di non sentirsi realizzati e, per questo, il più delle volte, le scelte universitarie vertono su occupazioni che consentono un posto lavorativo sicuro.
Genitori, amici, fratelli maggiori molto spesso, per il bene dei propri cari, invitano a guardare lì dove oggi il mondo del lavoro richiede presenze e non dove, invece, si avverte il peso della precarietà. Ogni anno ai test di medicina si presenta un numero di candidati sempre maggiore rispetto al numero dei posti disponibili; situazioni simili anche per le facoltà di ingegneria, farmacia, biologia, architettura, professioni sanitarie e tante altre. In quelle cifre così elevate di partecipanti, però, quanti effettivamente desiderano superare quel test e iniziare quella carriera universitaria e poi lavorativa? La loro scelta è dettata esclusivamente da quello che la famiglia impone , da ciò che il mondo lavorativo offre , schiacciando quindi quella che è la vera indole o è davvero frutto della propria scelta personale? Molto probabilmente tutte queste risposte sono corrette.
Spostiamoci, ora, nell’ambito umanistico. Quante volte si è sentito dire “è una laurea inutile”, “sarai disoccupato/a”, “armati di pazienza perché il percorso che ti aspetta è difficile, a tratti impossibile”, “sei davvero disposto a vivere così tanti anni da precario?” Domande continue che gli studenti delle facoltà umanistiche ascoltano e che, molto probabilmente, già essi stessi si pongono.
Tutti quegli studenti che trascorrono cinque anni della loro vita studiando letterature antiche, moderne, straniere, storia, geografia, filologia, filosofia, papirologia, lingue antiche, possono essere ritenuti dei sognatori che volano sui propri sogni non aderendo al terreno lavorativo che la società offre o dei coraggiosi che, nonostante le avversità del mondo odierno, scelgono di andare incontro alla loro passione letteraria, sfidando precariato e instabilità lavorative?
Può ritenersi una laurea anacronistica quella umanistica rispetto al tempo odierno? In un mondo sempre più social, in cui la tecnologia è sempre più avanzata, un laureato in lettere che posto occupa? Chi ha la passione per l’insegnamento, chi per l’editoria, chi per il giornalismo, chi per la scrittura poetica o narrativa è fuori da questo tempo o riesce comunque a ritagliarsi un proprio spazio?
Cosa è più giusto fare: seguire il proprio sogno sfidando incertezze e difficoltà o scegliere ciò che il mondo lavorativo offre, correndo il rischio di non essere poi così tanto felici e soddisfatti?
Sono Chiara, ho 22 anni e una settimana fa ho conseguito la laurea triennale in lettere moderne. La scelta di questa facoltà è stata puramente personale: la mia famiglia mi ha lasciata completamente libera di scegliere ed io, dopo aver ascoltato ogni consiglio, ho preso la mia scelta. Se tornassi indietro, farei esattamente la stessa: mi ha reso felice e soddisfatta per tutti e tre gli anni e mi ha fatto appassionare ancor di più a una realtà che già ammiravo profondamente.
So già che, una volta terminata definitivamente la mia carriera universitaria, potrei avere difficoltà nel trovare un’occupazione lavorativa definitiva, ma sono convinta che qualunque essa sia sarò una donna lavoratrice soddisfatta del proprio lavoro che cercherà di mettere al meglio in campo le proprie competenze!
Giovani, non abbiate paura del futuro e non permettete a nessuno di prendere le scelte al posto vostro. Nessuna strada è priva di ostacoli, ma con indosso il coraggio, la passione e la determinazione ognuno di essi, con il giusto tempo, potrà essere abbattuto!
Abbiate coraggio e siate felici!
Chiara Convertini