
Sanità in Puglia, al netto dell’ovvio.
Al solito lungo elenco di aperture e chiusure dei reparti e stavolta addirittura di ospedali interi (è in arrivo il nuovo ospedale Monopoli-Fasano con quello di Taranto), il dibattito del 3 Novembre ha dato spunti più profondi e interessanti.
In una discussione che vedeva protagoniste varie sensibilità politiche (PD e FI), sindacati (CGIL) e ASL (direttore distretto socio sanitario), per la prima volta è emersa chiara la necessità di superare il concetto del piccolo ospedale sotto casa. Nessuna delle parti in causa, infatti, si è rifugiata nel demagogico solito esempio del vecchietto che ha bisogno dell’ospedale sotto casa perché solo e appiedato. L’evento risulta riuscito già per questa definitiva presa di coscienza sul tema da parte delle varie anime del dibattito.
Pochi, grandi e soprattutto completi e funzionali ospedali invece che tanti, piccoli, fatiscenti nosocomi. E’ questo il presente/futuro (dando per scontato,ovviamente, che accanto a questi grandi ospedali siano costruite strade d’accesso a raggiungimento veloce degne di questo nome) .
L’errore, semmai, è stato quello di non iniziare il riordino su scala regionale dalla realizzazione e messa in funzione di queste grandi strutture che avrebbero indotto una “naturale” migrazione dei pazienti dalle piccole strutture vicine a quelle più grandi e affidabili. Ma si sà, al Sud le cose si fanno sempre a metà o a modo nostro e dunque il processo è stato inverso. Il riordino è iniziato dalla chiusura di vari piccoli e medi ospedali, lasciando un vuoto importante nella proposta sanitaria e soprattutto inducendo una forte reazione nell’opinione pubblica, ancora adesso scettica sulla finalizzazione della riorganizzazione.
Collegato al tema della necessità di ospedali grandi, funzionali e prestigiosi c’è il tema, sempre troppo sottovalutato, dell’ attrattività delle nostre strutture verso i professionisti che devono viverle e gestirle. Un grande ospedale ha bisogno in primis di grandi medici, inutile girarci intorno. I grandi medici hanno bisogno di grande prestigio o di grandi guadagni. Qui al Sud, ad oggi, non possiamo offrire né l’uno né l’altro e dunque l’ attrattività diviene un problema centrale.
Gli stipendi nel pubblico sono uguali in tutti Italia, dunque è impossibile immaginare di “offrire” uno stipendio più alto. L’altra ipotetica leva è il prestigio. I nostri ospedali, ad oggi, non danno lustro e notorietà ai medici che ci lavorano, per questo è necessario creare grandi strutture che possano divenire eccellenze in alcuni settori, traino e meta di medici e professionisti sanitari. Contemporaneamente va continuata la battaglia storica sulla formazione. L’università sforna tanti medici, ma poi i posti nelle specialistiche sono esigui e quindi i medici “pronti e finiti” sono troppo pochi.
Lo stesso discorso, ma in maniera più sottile, riguarda tutte le figure sanitarie. Risulta difficile convincere un infermiere di 23 anni a venire a vivere in un paesino di soli anziani, in cui l’unica attività della sua vita sarà lavorare. Il mondo è cambiato e, a maggior ragione quando si prospetta reddito universale per tutti, questo “sacrificio” diviene inutile.
Nel dibattito si registra ad una precisa domanda un assordate silenzio. Il tema è l’invecchiamento generale della popolazione e la constatazione che, più che ospedali, in Puglia occorrano case di riposo e piani straordinari per affrontare quella che diventerà una vera e propria emergenza. Nessuna risposta riguardo un progetto, una visione, ma neanche una banale constatazione della gravità del problema. Si sceglie d’ignorare quella che, tra alcuni anni, sarà una piaga sociale del sud e dei suoi piccoli borghi in particolare.
Interessante la questione liste d’attesa. Uno dei protagonisti, il consigliere Amati, propone una legge che vorrebbe indurre l’accorciamento delle liste attraverso un meccanismo di “penalità” per medici e strutture sanitarie che non si organizzano per dare risposte soddisfacenti. La proposta fa infuriare i protagonisti, i medici appunto, e molto probabilmente la loro lobby impedirà che la proposta diventi legge a tutti gli effetti. La paura di ridurre i guadagni affosserà la proposta che, però, ha il difetto di voler punire solo l’ultima parte della catena che non funziona. Sacrosanto il principio che la politica, controllata dai cittadini attraverso il voto, controlli la sanità che è il bene più importante che lo Stato (o meglio le Regioni, dopo la disastrosa modifica della Costituzione riguardo l’autonomia) eroga ai cittadini. Ma proprio in base a questo principio, se la sanità non funziona, la responsabilità a monte è da cercare nelle guide politiche che troppo spesso non scelgono i manager, i medici, i dipendenti migliori, ma solo amici e amici degli amici per spicciolo clientelismo o, peggio ancora, per culto dell’amicizia. Ragionando, però, i responsabili finali sono pur sempre gli elettori che scelgono i propri rappresentanti non sulla base di competenze e virtù ma esclusivamente su simpatie e rancori. Onestà ma soprattutto competenza e lungimiranza. Attenzione quando si vota: alla fine gli eletti sono sempre lo specchio degli elettori.
Francesco Renato Caroli